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giovedì, Aprile 3, 2025

Paolo Colavero – Psicologo, Psicoterapeuta e Psicopatologo, UOC Oncoematologia Pediatrica ASL Lecce e Francesco Tornasello – Medico Psichiatra, già Direttore DSM ASL LE 2, scrittore.

Quali sono le vostre considerazioni in merito a ciò che questa pandemia ci lascerà, a livello comportamentale e relazionale?

La pandemia che stiamo vivendo (o che stiamo provando a vivere o a non vivere) ci ha fatto perdere molto della vita cui eravamo abituati e alla quale non eravamo pronti a rinunciare, nessuno di noi. Una considerazione su tutte ci pare ovvia, quella ovvero sulla riscoperta della fine nelle cose, della fine insita in ogni inizio: ci riferiamo naturalmente al dono della vita, ma anche della fine di tutto ciò che davamo per ovvio e scontato. Nel suo ultimo libro intitolato “Il silenzio”, Don DeLillo, scrittore statunitense tra i più visionari, ci parla proprio di questo, dell’assenza, dell’adattarsi, dell’angoscia del vuoto e di come i personaggi del suo libro provano ad affrontarla, ognuno partendo dalla sua base di personalità e dalla sua storia, ognuno affrontando l’evento con le proprie mani, fondando così la propria “presa di posizione”, direbbe Jakob Wyrsch. Quello cui siamo costretti in questo momento accosta, ovvero, molto il sentire comune a quello dei pazienti cosiddetti schizofrenici, per i quali le cose ovvie, di tutti i giorni, date per scontate sino a poco tempo prima, smettono d’un colpo, o in maniera subdola ma sempre più decisa, il significato che possedevano e che dava un senso al mondo condiviso. Così per noi. L’abbraccio non è più sinonimo di affetto ma di contagio, una stretta di mano non è più sinonimo di vicinanza e sintonia, ma bensì di pericolo. A questo riguardo, e in apparenza paradossalmente, le persone che stanno vivendo in maniera più tranquilla questa esperienza sono quelle che manifestano una fenomenologia depressiva: perché non si sentono più “particolari”, diverse, clinicamente connotabili, in quanto tutti stanno facendo, più o meno, la loro vita ristretta e limitata, tutti hanno un appiattimento del senso del futuro simile al loro, e, come, si dice, mal comune… Infine, anche se questo sembra non riguardare lo stretto ambito psicologico e psichiatrico, dovremo rivedere gli standard abitativi: perché la casa non può essere una cuccia, ma, appunto, una casa. Molto disagio psichico nasce da questo, così come molti dei comportamenti stigmatizzati come irresponsabili (gli assembramenti sui Navigli a Milano, o in via Caracciolo a Napoli). Ma vi siete chiesti in che spazi quelle persone vivono da mesi la loro vita di tutti i giorni, nonché la loro vita interiore e di relazione?

Quali sono le vostre proposte per la gestione immediata di questa difficoltà?

Le nostre proposte ruotano intorno al gruppo e alla comunità, al non perdersi di vista, al non lasciare che l’angoscia limiti la partecipazione alla vita della comunità, degli amici e dei parenti stretti. Tanto si può fare anche da lontano, e una telefonata è sempre meglio del silenzio, una videochiamata mette in comunicazione due solitudini che insieme sono già meno sole. Intessere una condivisione, rispettando alla lettera le norme di sicurezza contro il contagio, è possibile.

Quali saranno i primi passi da affrontare?

I primi passi sono quelli da mettere in campo per non lasciare dietro nessuno. Pensiamo qui a gruppi allargati (large groups), soprattutto con gli studenti e gli adolescenti, a gruppi multifamiliari di sperimentazione argentina, che già si utilizzano in psicoterapia, che mettano insieme più esperienze familiari, le risorse e i limiti di ognuna. Pensiamo qui alle linee di ascolto che in questi mesi hanno funzionato e bene, perché hanno permesso di contenere l’angoscia, e contenerla significa poterla condividere, non permettendo così che si trasformi in sintomatologia psichiatrica di marca ansioso-depressiva, per fare un esempio. Per quanto riguarda i più piccoli, vale sempre la lezione della verità. Bisogna dire sempre la verità, adattandola alle possibilità dei bambini e delle bambine; serve dire la verità perché la verità è l’unica via per permettere la comprensione anche atmosferica del momento, ovvero per far sì che i bambini, molto sensibili agli stati emotivi degli adulti, non debbano crearsi un mondo di paure ulteriore e terrificante, in conseguenza delle risposte che non arrivano o di quelle che arrivano ma sono distanti rispetto al carico emotivo che dovrebbero veicolare. Responsabilità degli adulti, ovvero, è quella di fornire ai figli le parole adeguate per descrivere una situazione di allarme e timore che non è negabile per nessuno, neppure per gli stessi bambini.

Quale a vostro avviso potrebbe essere la tempistica di ripresa per tornare alla normalità, e quanto ritiene ci vorrà per sentirci “nella normalità” ?

Non si può dare una tempistica, non potremmo farlo neanche se avessimo la certezza di vaccinarci tutti entro un tempo ragionevole e prevedibile. Perché non c’è solo il dato oggettivo (la curva dei contagi, l’indice RT) ma anche il dato soggettivo, il percepito. Quindi, anche con la curva quasi a zero, potrebbe esserci la paura della nuova ondata, delle varianti, etc. Che, parlando di virus, sono cose normali (il virus dell’influenza lo fa ogni anno), ma dopo una pandemia, per giunta una pandemia vissuta in tempi di social e di media universali, non sarà la stessa cosa. Probabilmente ci saranno milioni di modelli di ripresa, di ritorni alla normalità, secondo schemi psicologici individuali. Che è un po’ quello che è successo questa estate, quando si era diffusa l’illusione che tutto fosse dietro le spalle (ricordate la signora siciliana del “qui non c’è coviddi”?), ma questa volta, speriamo, con un po’ di buon senso in più.

Ci saranno comportamenti, abitudini o timori che ci porteremo oltre la pandemia?

In questi mesi abbiamo visto alcuni esordi psicotici in giovanissimi adolescenti, segno che la pandemia ha messo psichicamente alla prova i più fragili, coloro che fisiologicamente sono già in una situazione precaria come sono gli adolescenti, al limite tra due età della vita, al confine tra famiglia e amici, al limitare di un corpo in piena espansione. In questo senso, e da un punto di vista mentale, gli adolescenti hanno fatto da specchio alle fragilità somatiche degli anziani e dei soggetti con patologie pregresse. Lo scompenso che hanno avuto loro, e che in parte abbiamo tutti subìto, è qualcosa che porteremo con noi per lungo tempo, purtroppo. Il salto oltre l’ovvio, che descrivevamo prima, la caduta profonda della fiducia verso l’altro e se stessi, quali possibili portatori silenti dei virus, non potrà che lasciare tracce nella nostra mente come il virus ha lasciato tracce di sé in chi ne è stato colpito ed è clinicamente guarito. L’area è quella traumatica, un’area tipicamente dissociativa che vede nella frammentarietà dell’esperienza la causa e la conseguenza del disagio. Dobbiamo aspettarci quindi una sintomatologia traumatica, con la possibilità di rivivere le paure maggiori soprattutto nelle relazioni con l’altro, momenti di panico, fobie specifiche e, appunto, esordi psicotici nei casi di fragilità personologica e somatica.

Dott. Paolo Colavero                                                            Dott. Francesco Tornasello

A cura di Gioia Catamo

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